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Pensare positivo aiuta, ottimismo possibile scudo contro la demenza

di Corriere Roma
09/04/2026
in Cronaca Italiana
Tempo di lettura: 3 minuti
Pensare positivo aiuta, ottimismo possibile scudo contro la demenza

“Cuor contento il ciel l’aiuta”. L’ottimismo fa davvero bene alla salute. La saggezza popolare l’aveva intuito ancor prima che arrivassero le prove scientifiche a corroborare questa tesi: vedere sempre il lato positivo della vita può davvero essere un potente fattore di protezione, anche per la salute e il benessere mentale di chi guarda il mondo con una lente ‘arcobaleno’. Secondo un nuovo studio, pubblicato sul ‘Journal of the American Geriatrics Society’, c’è di più: un’iniezione di ottimismo si prospetta anche come una possibile prevenzione contro il rischio di demenza. Un team di ricercatori Usa dell’Harvard Th Chan School of Public Health di Boston ha cercato di misurare con precisione questo effetto scudo, scoprendo che un livello di ottimismo più elevato è associato a una minore incidenza di demenza.

Lo studio
Lavori precedenti avevano già suggerito un link con una migliore funzione cognitiva e un più lento declino cognitivo nell’invecchiamento. Nella nuova ricerca gli autori hanno utilizzato i dati dell’Health and Retirement Study, che offre un campione rappresentativo a livello nazionale degli anziani statunitensi, per esaminare se l’ottimismo fosse associato anche a un minor rischio di sviluppare demenza in diversi gruppi di popolazione e se tale associazione si mantenesse anche dopo aver tenuto conto dello stato di salute iniziale e di altri potenziali fattori confondenti, e attraverso diverse analisi di sensibilità.

L’ottimismo è stato misurato utilizzando un test validato – il Life Orientation Test-Revised – su 9.071 persone cognitivamente sane, entro 2 anni dalla prima misurazione della funzione cognitiva di ciascuno di loro. I casi di demenza, invece, sono stati identificati tramite un algoritmo sviluppato per garantire prestazioni ottimali nei principali gruppi etnici, utilizzando i dati raccolti in 8 fasi di rilevazione dal 2006 al 2020.

Risultato dell’analisi: i ricercatori hanno osservato che un singolo spostamento verso l’alto rispetto alla media dell’ottimismo era associato a un rischio inferiore del 15% di sviluppare demenza, dopo aver aggiustato per età, sesso, etnia, livello di istruzione, depressione e principali condizioni di salute, durante un periodo di follow-up fino a 14 anni. Le analisi di sensibilità hanno suggerito che questa associazione era robusta e non dovuta a causalità inversa, a fattori confondenti o a una scarsa salute mentale di base.
I meccanismiQuali siano le spiegazioni va approfondito, sottolineano gli esperti. Diversi processi potrebbero contribuire a spiegare come l’ottimismo possa influenzare il rischio di demenza. Sono possibili meccanismi biologici diretti (ad esempio alcuni studi hanno rilevato che l’ottimismo è associato a risposte immunitarie più sane e di conseguenza a meno rischi di neuroinfiammazione), ma anche i meccanismi indiretti potrebbero svolgere un ruolo (la possibilità ad esempio che gli ottimisti abbiano maggiori risorse come reti sociali più forti e livelli di stress più bassi).
La conclusione degli autori è in ogni caso che un livello più alto di ottimismo è risultato associato a una minore incidenza di demenza. Un’osservazione che assume un rilievo ancora più significativo se si considerano i numeri globali della malattia: circa 57 milioni di persone nel mondo convivono con la demenza, ricordano gli esperti. “Data l’alta prevalenza e le limitate opzioni di trattamento, l’identificazione di strategie di prevenzione è fondamentale”, osservano. Le evidenze epidemiologiche emergenti suggeriscono l’esistenza di fattori psicosociali correlati al rischio della patologia, il che fornisce nuovi possibili obiettivi a monte per la prevenzione.

“Studi recenti hanno collegato l’ottimismo a una longevità eccezionale e a un invecchiamento sano in generale, suggerendo che possa anche contribuire a proteggere la salute cognitiva nell’invecchiamento. Sebbene si stimi che l’ottimismo sia ereditario per circa il 25% – analizzano gli autori – numerosi lavori dimostrano che può essere modificato con interventi specificamente progettati per alterarne” positivamente “i livelli”. Pertanto, gli studi sull’ottimismo e la demenza potrebbero fornire evidenze su cui poggiare future iniziative di prevenzione della demenza.
In altre parole, anche il carattere conta. “Questi risultati suggeriscono un potenziale valore dell’ottimismo nel promuovere un invecchiamento sano”, chiosano gli autori. Pur consapevoli della portata della sfida, visto che l’attitudine di vedere positivamente tutto ciò che accade è “un costrutto complesso”, per gli esperti si tratta di “un’area che merita ulteriori ricerche”. Un aspetto che, concludono, potrebbe essere preso in considerazione per mettere a punto nuove strategie di protezione.

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