Su una pace, su un cessate il fuoco duraturo, forse “ci siamo illusi” perché “bastava leggere le quattro righe del memorandum per capire che gli spazi erano minimi”. È il giudizio dell’ex capo di Stato Maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, Vincenzo Camporini, sulla ripresa delle ostilità nel quadrante mediorientale e in particolare sul nodo rappresentato dallo Stretto di Hormuz, ormai bussola del conflitto tra Stati Uniti e Iran. “ll problema di fondo è che gli argomenti di disaccordo tra i vari attori in campo – aggiunge Camporini – sono sostanziali, non sono sfumature”.
Su questo punto, il generale fa riferimento al tema del nucleare. “L’Iran non ha mai mollato e ciò è dimostrato dalle enormi difficoltà che in passato l’Agenzia internazionale ha dovuto affrontare per effettuare i controlli sul loro territorio. Possiamo dire che in questo ambito la politica di Teheran è ormai consolidata”. Per l’ex numero uno dello Stato Maggiore un altro aspetto riguarda “l’ipotetico cambio di regime”, che “è un’opzione al di fuori di qualsiasi possibilità”. E su questa certezza si basa anche il “nodo Hormuz”.
La gestione dello Stretto “è diventata uno straordinario strumento in mano al regime iraniano per strangolare l’economia, una leva che prima non esisteva ma che ora non gli toglieremo più”. Camporini non ha dubbi: “La libertà di navigazione in quell’area ormai è un capitolo archiviato e, anzi, rappresenta un terrificante precedente”. Il generale lancia quindi una provocazione. Alla luce di quanto sta accadendo a Hormuz, “in futuro potrebbe capitare che Spagna e Marocco chiedano un pedaggio per Gibilterra – afferma -; scelte che cambierebbero per sempre le regole del commercio internazionale”. Più di un analista in queste ore sta prospettando il rischio di un conflitto che vada avanti a bassa intensità, “sine die”.
“Su questa possibilità resto scettico”, spiega Camporini, affermando che si tratterebbe “di un’eventualità che nessuno in questo momento può permettersi, neanche gli Stati Uniti”. In questo ambito sarà “però interessante verificare l’evoluzione politica dell’area, un quadrante in cui si stanno già differenziando le varie posizioni di quelle che definiamo le ‘Petromonarchie’. Dinamiche – conclude – che non aiutano a stabilizzare la situazione e, a tal riguardo, porto l’esempio dell’Oman, che ha assunto su Hormuz una posizione dubbia, alla luce di un possibile guadagno economico. Una non omogeneità di posizioni, rispetto ad Arabia Saudita ed Emirati, che è già emersa con segnali chiari”.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA



