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Uno bianca, Fabio Savi contro Roberto ‘nessuna protezione dei Servizi’

di Corriere Roma
30/05/2026
in Cronaca Italiana
Tempo di lettura: 2 minuti
Uno bianca, Fabio Savi contro Roberto ‘nessuna protezione dei Servizi’

Il lungo’ smentisce ‘il corto’. Quando erano i due leader della banda della Uno bianca hanno condiviso azioni criminali per oltre sette anni prima di essere arrestati, ma ora che sono nello stesso carcere, a Bollate, i due fratelli Fabio e Roberto Savi non si parlano.

Intervistati in due diverse tramissioni televisive, a poche settimane di distanza, i due killer all’ergastolo raccontano storie differenti sul passato e sui legami del gruppo. Se Roberto a ‘Belve Crime’ aveva detto che, almeno in alcune occasioni, erano stati i Servizi a spingerli a uccidere, Fabio, a ‘Quarto Grado’, ridimensiona tutto. Non c’è stata nessuna protezione della banda, nessun livello superiore, né una strategia del terrore. “Lo dissi già una volta: dietro all’Uno Bianca c’erano una targa, un paraurti e fanalini”, ha spiegato, dicendosi pronto a parlare ai pm di Bologna che hanno riaperto le indagini a caccia, dopo tanti anni, di complici rimasti a piede libero. “Ho scritto alla Procura della Repubblica chiedendo di essere sentito. Più che assicurare la massima disponibilità e trasparenza non posso fare. Tutto è già stato detto. L’importante è che loro vogliano veramente stabilire una verità e che sia quella”, ha aggiunto Fabio Savi. “Dal momento che ancora insistono, dopo 32 anni, su livelli occulti, su viaggi di mio fratello a Roma… Come poteva stare tre giorni a Roma tutte le settimane quando ci sono i turni del servizio che non lo permettevano? Come poteva avere dei contatti? Sono stati analizzati tutti i tabulati telefonici fino a 10 anni prima e non è emerso nulla”, ha continuato.

“Ha mai avuto la sensazione di essere protetto da qualcuno?” “No. Protetto da chi? Non c’è nulla. Sono ancora in galera dopo 32 anni”, ha risposto alla giornalista Francesca Carollo. La Procura bolognese, diretta da Paolo Guido, acquisirà anche questa intervista e intende, nell’ambito dei nuovi accertamenti, sentire tutti gli ex componenti della banda, ma le audizioni non sarebbero ancora state calendarizzate. Per i familiari delle vittime, che continuano a chiedere la piena verità è “uno stillicidio” vedere i Savi in televisione. “Non facciamo un passo avanti in nessuna direzione, le versioni date dai due principali attori della vicenda sono contrastanti. Non mi resta che ripetere: se devono parlare, lo facciano ai magistrati e dicano tutta la verità, il palcoscenico televisivo non è il luogo adatto per mostrarsi e dire ognuno la propria opinione”, taglia corto il presidente dell’associazione Alberto Capolungo.

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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