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Fed, cresce il fronte per il rialzo dei tassi: cosa cambia a settembre

di Corriere Roma
21/08/2026
in Economia Italiana
Tempo di lettura: 3 minuti
Fed, cresce il fronte per il rialzo dei tassi: cosa cambia a settembre

La Federal Reserve ha lasciato i tassi fermi a luglio, ma i verbali mostrano un cambio di tono: tre membri hanno votato per alzarli e un gruppo più ampio era favorevole a una stretta. I dati arrivati dopo la riunione, però, rendono settembre molto meno scontato.
La Federal Reserve è più divisa sui tassi di quanto apparisse appena un mese fa. I verbali della riunione del 28 e 29 luglio mostrano che diversi membri erano pronti ad aumentare il costo del denaro di 25 punti base e che molti ritengono probabile una nuova stretta se l’inflazione non tornerà a scendere verso il 2%.
La decisione finale è stata di lasciare i tassi invariati nella fascia 3,50%-3,75%, ma con tre voti contrari. A giugno, invece, il FOMC aveva deciso all’unanimità. È questo il dato che rende i verbali più importanti della semplice conferma della pausa: all’interno della banca centrale americana il fronte favorevole a tassi più alti si è allargato.
Il punto, però, è capire cosa significhi per settembre. I verbali fotografano un’economia di fine luglio, mentre nelle settimane successive sono arrivati dati più deboli su lavoro, inflazione e consumi.

Fed più divisa: da 12-0 a 9-3 in un mese
A giugno tutti i dodici membri votanti del FOMC avevano sostenuto la scelta di lasciare invariati i tassi. A luglio il voto è diventato 9-3: Beth Hammack, Neel Kashkari e Lorie Logan hanno chiesto un aumento di un quarto di punto.

I verbali vanno anche oltre il risultato ufficiale. “Diversi” partecipanti erano favorevoli a un rialzo già a luglio, mentre “molti” hanno valutato che un nuovo inasprimento sarebbe probabilmente necessario se l’inflazione non dovesse diminuire.
Chi sosteneva la stretta riteneva che le pressioni sui prezzi fossero diffuse e temeva che aspettare troppo potesse rendere necessari interventi più forti in seguito. Nei verbali, inoltre, non emerge sostegno a un taglio dei tassi di interesse: un cambio di scenario rilevante rispetto all’inizio dell’anno.
Perché settembre non è già deciso
Una Fed più preoccupata per l’inflazione non significa automaticamente un rialzo il 15 e 16 settembre.
Dopo la riunione di luglio sono, infatti, arrivate informazioni che il FOMC allora non aveva. L’inflazione ha mostrato qualche segnale di rallentamento, le imprese americane hanno registrato una perdita inattesa di posti di lavoro a luglio e le vendite al dettaglio sono diminuite.
Il mercato non ha, però, cancellato il rischio di una stretta più avanti nel 2026. La domanda diventa, quindi, molto precisa: la Fed darà più peso all’inflazione ancora sopra l’obiettivo oppure ai primi segnali di indebolimento dell’economia?
L’intelligenza artificiale entra nel dossier Fed
Nei verbali compare anche un elemento meno scontato: l’intelligenza artificiale è ormai entrata nel dibattito su inflazione e stabilità finanziaria.
Diversi membri ritengono che gli investimenti nell’AI stiano aumentando la domanda e possano contribuire alle pressioni sui prezzi. Nei settori legati a data center e infrastrutture digitali è, inoltre, cresciuta la richiesta di lavoratori specializzati.
La Fed guarda anche al rischio opposto. Le valutazioni azionarie restano elevate e alcuni membri temono che una delusione sulle prospettive dell’AI possa provocare una correzione delle Borse e tensioni per chi ha finanziato questi investimenti attraverso il debito.
È un passaggio importante perché mostra che, per la banca centrale americana, l’AI non è più soltanto una fonte di crescita: è diventata anche una variabile da monitorare per prezzi e mercati.
Wall Street sale, i Treasury scendono
La reazione immediata ai verbali è stata contenuta. A Wall Street il Dow Jones ha chiuso in rialzo dello 0,22%, l’S&P 500 dello 0,21% e il Nasdaq dello 0,16%.
A dominare la seduta è stata soprattutto la decisione del Tesoro americano di raddoppiare temporaneamente alcuni programmi di riacquisto dei titoli a lunga scadenza, dopo che il rendimento del Treasury Bond trentennale aveva raggiunto il 5,337%, massimo dal 2007.
Il rendimento del decennale è così sceso intorno al 4,66% e quello del trentennale verso il 5,20%. Il mercato, quindi, non ha letto i verbali come la conferma di un rialzo immediato a settembre.
Perché interessa anche ai mercati europei
Le mosse della Fed non restano confinate agli Stati Uniti. Tassi americani più alti possono rafforzare il dollaro, spingere verso l’alto i rendimenti obbligazionari globali e aumentare il costo del finanziamento anche fuori dagli Usa.
Per gli investitori significa anche una maggiore concorrenza tra azioni e titoli di Stato: se i Treasury offrono rendimenti più elevati, una parte dei capitali può spostarsi verso gli asset obbligazionari, con effetti sulle Borse europee e sui flussi internazionali.
È per questo che ogni cambio di aspettative sulla Fed si riflette rapidamente anche su Borse, bond ed euro.
Cosa cambia ora per i tassi
Il quadro è più complesso di un semplice “Fed pronta ad alzare”.
Il fronte favorevole alla stretta è cresciuto e la lotta all’inflazione resta la priorità, ma i dati arrivati dopo il meeting hanno rafforzato le ragioni di chi preferisce aspettare.
Per questo settembre resta aperto, mentre il rischio di un rialzo più avanti nell’anno non è scomparso. Le prossime indicazioni sull’indice PCE, la misura dei prezzi particolarmente seguita dalla Fed, e sul mercato del lavoro saranno decisive.
La vera novità dei verbali è questa: la Fed non sta più discutendo quando tagliare i tassi. Sta decidendo se potrà restare ferma o se servirà un’altra stretta.

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