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Inflazione torna a salire in Europa. Energia e Medio Oriente spingono i prezzi

di Corriere Roma
31/08/2026
in Economia Italiana
Tempo di lettura: 2 minuti
Inflazione torna a salire in Europa. Energia e Medio Oriente spingono i prezzi

L’inflazione torna a salire in Europa, spinta soprattutto dal rincaro dell’energia e del conflitto in Medio Oriente. Ad agosto il dato potrebbe raggiungere il livello più alto degli ultimi tre anni sia nell’Eurozona sia in Italia. Secondo la media delle stime di 31 economisti consultati da Bloomberg, nell’area euro l’inflazione dovrebbe salire al 3,3% su base annua, dopo il 2,9% registrato a luglio. Sarebbe il valore più elevato da settembre 2023. Anche per l’Italia è atteso un aumento. Il dato armonizzato ai parametri europei dovrebbe arrivare al 3,4%, contro il 2,9% del mese precedente. Anche in questo caso si tratterebbe del livello più alto da settembre 2023.

Inflazione, il peso dei rincari energetici
A incidere sulla nuova accelerazione dei prezzi è soprattutto la componente energetica. Lo stallo in Medio Oriente continua a sostenere le quotazioni delle materie prime. Il Brent si mantiene da circa due settimane intorno ai 90 dollari al barile, mentre i future Ttf sul gas naturale, riferimento per il mercato europeo, hanno raggiunto un picco intraday di 70 euro al megawattora, il livello più alto dal 2022. Gli effetti si vedono anche sui carburanti. In Italia la benzina sfiora i 2,1 euro al litro, mentre il diesel supera i 2,2 euro in autostrada. Il rischio riguarda anche bollette e forniture energetiche: famiglie e imprese potrebbero dover affrontare nuovi rincari a doppia cifra.
Il movimento dei prezzi non riguarda solo l’Italia. In Germania il dato è atteso in aumento dal 2,8% di luglio al 3,1%. Nella settimana precedente, anche Francia e Spagna hanno registrato una progressione dell’inflazione. In Francia il dato è arrivato al 2,4% su base annua, mentre in Spagna ha raggiunto il 4,3%. Il quadro conferma una pressione diffusa nell’area europea, anche se con intensità diverse tra i vari Paesi.
La Bce valuta una nuova stretta
La fiammata dei prezzi può complicare le scelte della Banca centrale europea. I mercati considerano probabile un aumento dei tassi nella riunione del 10 settembre. L’ipotesi è un rialzo di 25 punti base, con il principale tasso di riferimento che passerebbe dal 2,25% al 2,5%. Una nuova stretta avrebbe effetti diretti sul costo del credito, già elevato per famiglie e imprese. Secondo i dati Abi, il tasso medio sui nuovi prestiti è al 4,08%, mentre quello sui mutui è al 3,48%. Entrambi sono ai livelli più alti degli ultimi due anni.
Perché conta l’inflazione di fondo
Un elemento osservato dalla Bce riguarda l’inflazione di fondo, cioè il dato depurato dalle componenti più instabili come energia e alimentari. Secondo le stime, l’indice core dovrebbe restare stabile al 2,5%. Questo significa che, almeno per ora, l’aumento dei costi energetici non sembra essersi trasferito in modo generalizzato sugli altri beni e servizi. Il dato resta comunque centrale per le decisioni di politica monetaria. Se l’energia dovesse continuare a spingere l’inflazione complessiva sopra il 3%, la Bce potrebbe scegliere di intervenire ancora sui tassi.
Le pressioni sui prezzi riguardano anche gli Stati Uniti, dove la Federal Reserve mantiene alta l’attenzione. Secondo i dati del Cme, la probabilità di un rialzo dei tassi a settembre negli Stati Uniti è salita al 57%, dal 35% della seduta precedente.

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