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La spesa militare europea alla prova della frammentazione

di Corriere Roma
26/06/2026
in Economia Italiana
Tempo di lettura: 2 minuti
La spesa militare europea alla prova della frammentazione

L’annunciato disimpegno degli Stati Uniti nei confronti della NATO ed il prolungarsi del  conflitto russo-ucraino stanno costringendo le nazioni europee a rivalutare radicalmente le spese militari e i propri bilanci della difesa, ma questo  rischia di scontrarsi con una forte frammentazione politica e fiscale tra i vari Stati membri, rendendo la crescita economica asimmetrica e introducendo complessi compromessi di bilancio.
È quanto emerge dall’ultimo Defense Brief pubblicato da S&P Global Ratings, che traccia la mappa di un’Europa della difesa a più velocità, dove i beneficiari immediati saranno le aziende del settore a scapito, nel breve termine, del PIL dei singoli sovrani.
Un’Europa a tre velocità
Secondo le stime di S&P, la maggior parte dei paesi NATO si è impegnata a raggiungere una spesa destinata alla difesa centrale pari al 3,5% del PIL entro il 2035, segnando un netto incremento rispetto alla media di circa il 2,1% registrata nel 2025. Questo sforzo collettivo, che implica un aumento medio annuo dello 0,2% del PIL, non avverrà però in modo uniforme, ma si articola principalmente su tre gruppi di paesi:  l‘Est proattivo guidato da Polonia e Stati Baltici, che mostrano le percentuali di spesa più elevati (il 4,8% del PIL in Polonia, il 4,9% in Latvia e il 5,4% in Estonia e Lituania); le terre di mezzo,  in primis la Germania, che gode di uno spazio di manovra fiscale  e si è impegnata ad aumentare i propri stanziamenti dal 2,8% del PIL nel 2026 fino al 3,5% entro il 2029; i paesi reattivi come Francia, Regno Unito, Belgio e l’Europa meridionale, fortemente condizionati da vincoli fiscali o priorità politiche concorrenti.
L’impatto economico e le pressioni fiscali
L’analisi evidenzia come le economie europee difficilmente beneficeranno in modo significativo nel breve termine da questo aumento di budget. Al momento, oltre due terzi della spesa totale sono assorbiti dai costi del personale e dall’importazione di equipaggiamenti. Al contrario, gli investimenti in ricerca e sviluppo, innovazione e infrastrutture – gli unici in grado di generare un reale moltiplicatore economico interno – rappresentano attualmente meno di un terzo del totale.
Di conseguenza, per i paesi ad alto debito pubblico come Francia e Regno Unito, la spesa militare rischia di esacerbare le tensioni fiscali esistenti, mettendo sotto pressione i rating sovrani. Senza una crescita incrementale, per finanziare la difesa i governi potrebbero trovarsi costretti a varare tagli impopolari in altre aree di spesa pubblica, come ad esempio il welfare.
La dipendenza strutturale dagli Stati Uniti
Il percorso verso la sospirata “autonomia” europea è frenato da una profonda dipendenza strutturale dai fornitori statunitensi, sia per quanto riguarda i prodotti che i servizi strategici. L’Europa si affida agli USA per asset chiave come i caccia da combattimento, i sistemi di difesa aerea, le armi di precisione, la tecnologia software ed elettronica, oltre a comparti vitali quali l’intelligence e le comunicazioni satellitari. Questa asimmetria fa sì che i maggiori budget europei finiscano inevitabilmente per “disperdersi” nelle importazioni d’oltreoceano. 
Il ruolo delle aziende e le prospettive future
Se i governi faticano, le aziende della difesa europee vedono consolidarsi la propria affidabilità creditizia, grazie a portafogli ordini, ricavi e profitti in forte crescita. Tuttavia, la loro capacità di espansione è frenata: la filiera dei fornitori europei è composta prevalentemente da piccole e medie imprese spesso a conduzione familiare, con limitate capacità di raccogliere capitale proprio per assorbire eventuali interruzioni nella complessa catena di fornitura.
Secondo S&P, la vera svolta potrebbe essere rappresentata dall’adozione di appalti comuni e dall’emissione di debito condiviso, sulla scia dell’iniziativa Security Action for Europe – SAFE da 150 miliardi di euro dello scorso anno.

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