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La Cassazione conferma la restituzione del canone a Tim, atteso un miliardo

di Corriere Roma
21/12/2025
in Mondo Economia
Tempo di lettura: 2 minuti
La Cassazione conferma la restituzione del canone a Tim, atteso un miliardo

Si chiude la lunga battaglia legale, durata quasi 25 anni, tra Tim e il governo italiano per un canone di concessione versato nel 1998. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso presentato dalla presidenza del Consiglio dei Ministri e conferma in via definitiva la decisione della Corte d’Appello di Roma dell’aprile 2024 che stabiliva la restituzione del canone, di poco superiore a 500 milioni di euro, più il rimborso della rivalutazione e degli interessi maturati, per un totale di poco superiore a un miliardo di euro.
Una somma che il gruppo ha di fatto già incassato a luglio (995,4 milioni di euro) quando ha cartolarizzato il credito con Unicredit e Santander e che non avrà peraltro impatti negativi sui conti pubblici perchè è stato istituito un Fondo con una dotazione di oltre 2,2 miliardi a garanzia sia dei contenziosi nazionali sia di quelli europei come aveva ricordato a ottobre il ministro Giancarlo Giorgetti durante l’audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato sul Dpfp.
La maggior flessibilità finanziaria che deriva però dal rimborso del canone, a partire da una leva (il rapporto tra debito/ebitda a 2) già favorevole e ora con la conferma di avere nuove risorse a disposizione, apre una serie di possibilità tra cui quella di rispolverare un progetto che l’ad Pietro Labriola conserva nel cassetto da oltre un anno, il riacquisto e l’annullamento delle azioni di risparmio. Eliminare uno strumento ormai in disuso (che obbliga la società a distribuire dividendo) consentirebbe di ‘spingere’ sui flussi di cassa e snellire la struttura della società.
La vicenda del canone invece risale al 1998, l’anno successivo alla liberalizzazione del settore quando la finanziaria per l’anno successivo stabilì il pagamento del contributo obbligatorio agli operatori di tlc calcolato in base al fatturato, in sostituzione del canone di concessione ormai inapplicabile. Al gruppo furono chiesti 528,7 milioni di euro: 385,9 milioni relativi a Telecom Italia e 142,8 milioni all’allora Telecom Italia Mobile.
La società presentò nel 2000 un ricorso, contro il decreto attuativo che dettava le modalità per il versamento del contributo, al Tar del Lazio, che rinviò la decisione alla Corte di Giustizia europea: nel febbraio del 2008 da Lussemburgo arrivò una sentenza favorevole al gruppo telefonico, che definì il canone ”non dovuto”.
Nel frattempo, nel 2003, Telecom aveva fatto richiesta di rimborso sempre al Tar del Lazio, che, con una sentenza del dicembre del 2008, aveva detto no, pur non sconfessando la sentenza europea. Contro questa sentenza del 2008 Telecom aveva fatto ricorso al Consiglio di Stato e la risposta, arrivata a novembre 2009, è stata ancora una volta negativa. Da qui l’ultima puntata, quella del ricorso in Corte d’Appello. 

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