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La Lega alza la posta sull’Ucraina e sul voto al decreto armi

di Corriere Roma
31/12/2025
in Politica, Primo Piano
Tempo di lettura: 2 minuti
La Lega alza la posta sull’Ucraina e sul voto al decreto armi

All’indomani del via libera del Cdm al decreto che rinnova gli aiuti militari e civili all’Ucraina, la premier Giorgia Meloni partecipa in collegamento al vertice di coordinamento tra i leader. In una riunione che ha consentito di affinare posizioni già condivise, la premier tiene la barra dritta. E ribadisce il pieno sostegno a Kiev per una pace “giusta e duratura”. Ma, in vista dell’approdo del decreto in Aula, resta alta la tensione nelle file della maggioranza. Con mal di pancia e fibrillazioni soprattutto all’interno della Lega. Ad agitare i leghisti sono ancora il vicesegretario Roberto Vannacci, da una parte, e il ‘negoziatore’ del testo del dl armi Claudio Borghi. Uno spera che il decreto non passi, l’altro annuncia che non lo voterà. Posizioni che gettano scompiglio tra parlamentari e ministri alla prese con il voto della manovra.

Un aspro botta e risposta, seppur a distanza, va in scena tra i corridoi di Montecitorio. Dove spopola il post dell’europarlamentare e vicesegretario leghista. “I negoziati arrancano. Intanto il governo proroga fino al 2026 gli aiuti militari all’Ucraina. Altre armi, altri soldi. Stessa linea. Una linea che non ha fermato la Russia e ha portato guerra, instabilità, caro energia e crisi in Europa”, scrive Vannacci. Che così si contrappone anche allo stesso Borghi, il quale invece si dice “soddisfatto” del testo del decreto. Poi il vicesegretario torna a insistere con il suo ‘invito’ sul decreto armi: “La parola al Parlamento. Spero dica no”. Parole che infastidiscono diversi deputati leghisti e non solo. “Premesso che il segretario si chiama Salvini, io farò quello che dirà il mio segretario, non quello che dice il vicesegretario”. Parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che dalla Camera stoppa Vannacci e chiama in causa Salvini. Il segretario, però, non esce dal silenzio. E sulla sua assenza al Cdm, ci pensa il titolare del Mef a minimizzare: “Non credo che sia motivata da polemica politica, non ho colto questo aspetto. Ieri c’è stato un Cdm che è stato molto veloce senza nessun tipo di attrito né dibattito”. Affermazioni che tuttavia non placano il nervosismo leghista dopo la battaglia sul testo del dl.

Borghi torna a parlare di “caduta di stile” dell’esecutivo. E richiama i responsabili della modifica del testo “ad assumersi le responsabilità”. Nonostante la soddisfazione per la trattativa, annuncia però che non voterà il decreto. “Avevo detto un anno fa che il dl Ucraina del 2025 sarebbe stato l’ultimo per me in una promessa pubblica in Senato”, ricorda. “È una posizione personale, nessun appello”, ribadisce incalzato sul tema. Poi, chiosa: “ognuno è libero di votare quello che vuole”. Nonostante quella del senatore non sia una chiamata alle armi, sembra consolidarsi un ristretto nucleo di ‘ribelli’ che sarebbero disposti a non premere il pulsante verde quando il testo arriverà in Aula. Capigruppo ed esponenti di peso del partito preferiscono non intervenire sulla questione. Qualcuno, però, prova a mediare: “voteremo con la maggioranza, ma è possibile che un nuovo voto non serva con un buon esito del negoziato”. Insomma, al di là delle dimensioni di una possibile fronda, i leghisti non paiono intenzionati ad abbassare gli scudi. “Rumore di fondo, insistono su questa linea perché credono che paghi elettoralmente”, è l’analisi diffusa in ambienti di maggioranza. Dove non sembrano esserci dubbi: passerà anche questo decreto.

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